Norwegian wood: il cammino introspettivo di Haruki Murakami

La prima impressione all’inizio della lettura di questo romanzo è sicuramente quella di una fluidità nello scrivere ed una leggerezza nel descrivere argomenti drammatici che, a mio avviso, rappresenta una delle caratteristiche più notevoli di Murakami.Il protagonista Toru Watanabe, divenuto ormai adulto, racconta in prima persona gli eventi più significativi che hanno dipinto la sua adolescenza, intraprendendo un cammino introspettivo sul significato dell’esistenza. Il trascorrere dei suoi giorni è costantemente dettato dal nascere e progredire dell’amore per due ragazze, Naoko e Midori, radicalmente diverse ma in grado di segnare la sua vita in maniera profonda. L’incessante ricerca di un equilibrio interiore si snoda attraverso i tribolati anni universitari del giovane protagonista, i cui fortuiti incontri saranno fatidici e costituiranno quel punto di partenza da cui egli stesso indagherà nei meandri del suo essere. Il susseguirsi degli eventi, privo di una particolare enfasi riguardante la trama ma condito da descrizioni piuttosto brevi, a tratti molto dirette e senza mezzi termini, costituisce il filo conduttore del romanzo attraverso cui il lettore si immerge nelle mistiche, malinconicamente velate, atmosfere giapponesi degli anni Sessanta. Ogni personaggio regalerà al protagonista una nuova consapevolezza di sé, attraverso un percorso di crescita interiore in cui l’amore e l’apparente incapacità di dare un senso alle proprie scelte tingeranno la sua vita di colori inaspettati e dalle diverse sfumature. Solo la rielaborazione del dolore, guardando in faccia le proprie paure e affrontando la solitudine, porterà il giovane ragazzo a raggiungere una maggiore maturità interiore, anche quando è la vita, spesso, a scegliere per noi.

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“Se si può, si deve?”

“Se si può, si deve?”: il titolo dell’ultimo libro di Roald Hoffmann (premio Nobel per la Chimica) pone la domanda che, secondo lo stesso, ogni scienziato dovrebbe sempre tenere a mente. La questione “etica e scienza”, infatti, è sicuramente una delle più dibattute da sempre e ci pone davanti dei quesiti ai quali, spesso, non sembra esservi una risposta univoca ma che, allo stesso tempo, costituiscono il filo conduttore della coscienza di ognuno. Scienziato e divulgatore, Hoffmann riflette, attraverso quest’opera teatrale in 26 scene e scegliendo il dialogo come mezzo per arrivare al pubblico, sulle responsabilità sociali di scienziati ed artisti. In questo modo si spalancherà una porta su un argomento per cui, secondo l’autore, vale la pena tormentarsi. Il libro si apre con il suicidio del protagonista, il chimico tedesco Friedrich Wertheim, il quale commette tale gesto estremo perché oppresso dai tormenti e dai sensi di colpa per aver scoperto la sintesi della saxotossina, molecola utilizzata da un gruppo di terroristi per commettere un genocidio. Intorno a questo atto disperato si districherà, poi, l’intreccio dei restanti personaggi: Katie, figlia di Friedrich e biologa molecolare di successo, Stephan, artista concettuale amico di Katie ed, infine,  Julia, ex moglie di Friedrich. Katie e Stephan rappresentano degli estremi, quei punti di arrivo a cui l’autore spesso si riferisce come “porticcioli in cui ripararsi, dove l’acqua e calma e la schiena è sicura contro un muro”. Julia, invece, sarà la mediatrice della situazione, e riporterà Katie e Stephan verso il centro, verso quell’equilibrio che per l’autore rappresenta il punto di tensione in cui tutto ha la capacità di divenire altro, il potenziale del cambiamento. Ed è proprio questa la riflessione principale che scaturisce dalla lettura dell’opera: l’idea dell’equilibrio come punto fondamentale, sia nella vita che nella chimica, materia che l’autore stesso definisce come “scienza di mezzo” poiché tutte le molecole possiedono quella caratteristica di poter essere potenzialmente qualcosa, bilanciate tra varie polarità.  E’ nel punto medio che risiede l’equilibrio dinamico, lo stesso che contiene in sé quella tensione che offre la possibilità del cambiamento. Secondo l’autore, infatti, le posizioni estreme sono quelle in cui è facile rifugiarsi per chi non vuole mai cambiare. Il codice etico, quindi, rappresenta per Hoffmann quel punto neutrale a cui artisti e scienziati dovrebbero tendere e che scaturisce dalla loro responsabilità verso l’umanità, la stessa che li rende esseri umani.

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D’Avenia, quando è l’amore a dipingere la bellezza della vita attraverso le parole

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Quando è l’amore a dipingere la bellezza della vita semplicemente attraverso le parole, è proprio allora che qualcosa cambia ed è allora che non si può essere gli stessi al termine della lettura di “Ciò che inferno non è”, l’ultimo romanzo di Alessandro D’Avenia. E’ come tornare ad osservare l’orizzonte e riuscire a cogliere nuovi dettagli, con qualche sfumatura di colori in più.
Percezione, questa, che ha caratterizzato anche l’incontro con lo stesso Alessandro D’Avenia in “Dimmi chi è Pino Puglisi”, evento tenutosi a Rimini il 12 giugno scorso nell’ambito del Festival “Mare di Libri”. Lo scrittore, infatti, non solo ha tenuto viva per oltre un’ora l’attenzione di centinaia di ragazzi, insegnanti e lettori presenti in sala, ma ha anche dato modo alle loro emozioni di venire a galla, perché è inevitabile non rimanerne colpiti.
Protagonista di “Ciò che inferno non è”, insieme a Don Pino Puglisi, è Federico, diciassettenne sognatore al quale, pian piano, inizieranno a sgretolarsi quelle certezze che fino ad allora avevano scandito il ritmo delle sue giornate, lasciando aprire una porta sulla “vita reale”, sulla Palermo fatta di ombre, un lato a lui oscuro dove si annida quell’inferno “sordo e muto” del quartiere di Brancaccio. Ma è nello sguardo e nel sorriso di Don Pino che l’autore trova il modo di arrivare al cuore di chi legge. La poesia descrittiva di ogni espressione e gesto dei bambini di Brancaccio avvolge in un turbinio di sensazioni per cui il lettore non potrà che essere rapito dall’atmosfera della Palermo degli anni ‘90, vissuta e sentita dall’autore stesso in modo così profondo da emergere in maniera via via più vivida e marcata, riga dopo riga. La verità è che la bellezza è sempre stata lì: sì, negli occhi di Don Pino, ma anche in quelli di chi sceglie di voler amare nonostante tutto, di chi sceglie ogni giorno di cercare la propria “strada verso il paradiso” anche dove tutto è “inferno”.
L’adolescenza, per esempio, è quel particolare momento della vita in cui più si ha paura di guardare dentro sé stessi, di essere destabilizzati, “messi in pericolo” da qualcuno che ha il compito di prenderci per mano e accompagnarci nel nostro cammino. Un passo dopo l’altro verso la vita adulta. Così come succede a Federico, infatti, è solo scegliendo di varcare quella porta verso un mondo ancora sconosciuto, lasciandosi alle spalle tutte le sicurezze, che si troverà un nuovo equilibrio. Se la vita fosse un viaggio in mare, si potrebbe esser chiamati a decidere se gettare l’ancora e rimanere fermi nello stesso punto oppure saltare su quella scialuppa, che tanto ci spaventa, per muoversi verso un nuovo porto, approdando su sé stessi per poi nascere di nuovo.